Brevetti: il terreno minato di Microsoft in Lussemburgo
Lussemburgo, Corte Europea, 27/04 - Era la giornata dedicata all’interporabilità, quella di oggi, ma l’argomento principale è stata la sua mancanza. Nella causa che vede Microsoft nel mirino dell’antitrust europea ricorrere contro la condanna inflittale della Commissione europea davanti alla corte di giustizia in Lussemburgo, si è parlato a lungo di “proprietà intellettuale” specificando come diritto d’autore e segreti industriali siano secondari alla questione brevetti. Dunque questa causa dimostra come i brevetti sul software siano più importanti di un mercato efficiente e come il valore di ciò che si possiede sia molto più elevato di qualsiasi dialogo. Perché - Microsoft l’ha lasciato chiaramente emergere durante il botta e risposta con la Corte - la concorrenza la si batte con una guerra senza esclusione di colpi e se qualcuno - giudici compresi - scava, chiede chiarimenti, sollecita maggiori dettagli o ci vuole vedere più chiaro, viene invitato a leggersi i documenti allegati agli incartamenti comunitari.
Quando parlano gli uomini di Bill Gates, alla fine, sembra quasi che sia Samba l’entità che ha commesso un illecito facendo il reverse engineering dei protocolli di rete Microsoft. Che la Commissione prenda fischi per fiaschi e ci metta magari anche un po’ di accanimento nel non voler lasciare che Microsoft sbaragli il proprio mercato, anzi, i propri mercati di riferimento (che sono tre, per la precisione: file server, print server e gestione gruppi e utenti). Dal canto suo, Microsoft è perentoria: favorire l’interoperabilità vuol dire vedere minacciata la sua “proprietà intellettuale” e attenzione ai brevetti, il terreno è stato minato da qualche anno a questa parte e il colosso di Redmond è pronto a innescare le cariche.
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Andrew Tridgell, presidente del progetto Samba, lo dice senza giri di parole: «Abbiamo lavorato per sei anni duramente e siamo indietro ancora di dieci. Abbiamo bisogno di informazioni dettagliate da Microsoft per poter dialogare con i suoi sistemi e le sue reti». Ma precisano lui e Georg Greve, presidente di Free Software Foundation Europe: «Non ci interessa il codice sorgente di Microsoft. Così come i dettagli tecnici di implementazione. Chiediamo solo che le specifiche siano disponibili e che contengano le informazioni necessarie. Essere troppo didascalici sarebbe controproducente e un programmatore potrebbe essere distratto dal suo lavoro, perdere di vista la linea di sviluppo che sta seguendo».
Insomma, niente furto dei gioielli di famiglia, solo informazioni per garantire libertà di accesso a tutti gli utenti. «Ma siete in condizioni di fornire queste informazioni senza violare i vostri brevetti?» chiede a più riprese la Corte all’avvocato Jean Francois Bellis, affiancato dal collega Ian Forrester, di Microsoft. «No» la risposta dell’azienda che insiste neldiniego e porta con sé due colleghi esperti di brevetti e “proprietà intellettuale”. I quali confermano: la società statunitense difende solo i propri mercati “di pertinenza” mentre esplora quelli derivati. «Tutti agiscono come noi, nessuno dà le specifiche dei propri protocolli di comunicazione», rincara Bellis. «È falso» ribatte Tridgell, «basta andare sui siti delle aziende concorrenti e con quest’affermazione Microsoft nega anni di lavoro di gruppi internazionali di standardizzazione, come l’IEFT». Del resto, ancora meno convincono alcuni particolari della “innovativa” tecnologia di Microsoft, come la capacità della blue bubble - una rete in cui convivono più servizi di rete - di ripristinare connessioni cadute all’interno dei nodi. Cosa che Internet è in grado di fare fin dagli albori di Arpanet, quando non era asncora chiamata la Rete delle reti.
A oggi, non sembra esserci soluzione alla controversia. I toni duri della corte e il supporto di FSFE ed ECIS, lo European Committee for Interoperable System, che riunisce si scontrano con il muro di gomma di Microsoft. Domani la conclusione. Se nel frattempo la Corte di Giustizia non riterrà opportuno prendersi anche sabato mattina per la decisione finale. Possibilità che al momento non si esclude. Infine per la sentenza ci vorranno sei mesi o, forse, occorrerà attendere la fine dell’anno quando si saprà se la condanna dell’antitrust è confermata o meno.
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