Il LUG di Grosseto, GuruAtWork, nei giorni scorsi ha firmato per mano del suo presidente, Luca Ceccarelli, un’intesa con il sindaco della città toscana, Emilio Bonifazi, e con il comandante dell’aeroporto militare, Vincenzo Nuzzo, per promuovere l’introduzione del software libero nell’infrastruttura informatica dell’aeroporto Baccarini. Se ne può leggere notizia sul sito dell’associazione grossetana sul quale si scrive:
Siamo particolarmente contenti per aver stipulato questo protocollo perché la nostra Associazione potrà portare l’etica dei concetti del Software Libero anche all’interno degli ambiente militari.
Gli fa eco su Maremma News il sindaco Bonifazi che dichiara:
Un accordo importante che consolida ancora di più l’ottimo rapporto tra l’amministrazione e il 4° Stormo in un settore cruciale come quello della tecnologia informatica. Il nostro obiettivo è quello di favorire ancora di più il dialogo e lo scambio reciproco.
Il comune intanto si è impegnato a organizzare per il 4° Stormo corsi di formazione sia dal punto di vista sistemistico che applicativo.
DataManager dedica un primo piano di Giovanni Maria Casserà a un tema che sta prendendo sempre più piede, quello del GIS. E pur spaziando attraverso diverse lenti che possano focalizzare la questione, dedica una parte della sua analisi al software libero a utilizzo geografico. Nello specifico, dice in proposito:
Contestualmente anche il settore del software free si sta muovendo pesantemente e sempre più numerose sono le soluzioni Gis basate su software open-source. L’edizione di quest’anno del Foss4G (Free and Open Source Software for Geospatial, il meeting mondiale dei programmatori e degli utenti di software Gis open source) si è conclusa a settembre a Victoria in Canada e ha avuto, anche quest’anno, un grandissimo successo di pubblico, almeno così mi riferiscono i programmatori della mia azienda che hanno partecipato attivamente all’evento. Insomma: a quanto sembra anche il settore geo-spatial sta conoscendo gli stessi fenomeni, le stesse tendenze che hanno investito l’industria del software.
Qui il sito di Foss4G.

Sulla poco edificante questione di Google e Android, segnaliamo un buon articolo, Gli avvocati di Google sbagliano, e l’Italia rimane esclusa, pubblicato da Shannon.it e scritto da Massimo Melica, presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica, con le risposte di Mauro Rubin e Guido Scorza.
La notizia è di queste ore, il colosso Google decide di sviluppare un software denominato Android con la caratteristica di essere basato su open source, nonchè destinato a particolari piattaforme tecnologiche di sicuro successo, gli smartphone; a tal fine nell’ottica della Rete promuove un concorso planetario con un montepremi di 10 milioni di dollari (quasi sette milioni di euro) da destinare ai migliori programmatori.
Continua da sopra:
Il regolamento del concorso, per la sua natura privatistica, si riserva di indicare i requisiti dei partecipanti e qui riporta una serie di nazioni in contrasto con le leggi federali statunitensi Cuba, Iran, Syria, North Korea, Sudan, and Myanmar (Birmania) precludendo altresì la partecipazione ai cittadini residenti in Quebec e Italia in quanto le leggi locali pongono delle restrizioni.
Provo dunque ad immaginare quali possano essere queste restrizioni, mi vengono subito in mente le norme inerenti marchi e brevetti o in materia di diritto d’autore, poi mi documento e scopro che si tratta della natura del concorso (che nella fattispecie è il“Developer Challenge” letteralmente “Sfida programmatore”) ovvero l’onere dato dal fisco di dover tassare l’intero montepremi in Italia a prescindere se poi ci saranno dei vincitori italiani o meno.
Ecco un tassa che certamente non aiuta l’innovazione e le opportunità nel nostro Paese. In pratica il fisco, con lo scopo di permettere che il concorso sia aperto nei confini nazionali, chiede una tassa sulla base dell’intero importo (sui circa sette milioni di euro): il risultato quindi per gli organizzatori è antieconomico e dunque si restringe la partecipazione escludendo i concorrenti italiani.
Bene, le leggi sono rispettate e l’innovazione è perduta….
La società dell’informazione viaggerà sempre più spesso su queste regole, Motorola, Sony, Subaru avevano in precedenza indetto dei concorsi tra tecnici alla ricerca di nuovi talenti, anche in questo caso l’Italia era rimasta fuori ma la notizia non aveva avuto eco.
Mi chiedo cosa si possa fare. Mi chiedo, con un pizzico di amarezza, se il tanto decantato desiderio di innovazione in Italia sia realmente sentito o si tratti di uno specchietto per le allodole, legato al precariato istituzionale al quale siamo abituati, mentre agli amici “geniali sviluppatori” posso augurare un sincero … “buon viaggio all’estero“.
Wise Up
GLI AVVOCATI DI GOOGLE AVREBBERO SBAGLIATO
Dal blog di Guido Scorza :”Non è facile comprendere quali ragioni abbiano indotto lo staff legale di Google a suggerire una decisione tanto radicale ma può ipotizzarsi che ciò sia avvenuto sulla base di una lettura - diciamo almeno distratta - della vigente disciplina […] mi permetto di suggerire ai colleghi che assistono Google di leggere l’art. 6 del D.P.R. 26-10-2001 n. 430 - Regolamento concernente la revisione organica della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali, ai sensi dell’articolo 19, comma 4, della L. 27 dicembre 1997, n. 449. - che sotto la rubrica “Esclusioni”, stabilisce che “Non si considerano concorsi e operazioni a premio: a) i concorsi indetti per la produzione di opere letterarie, artistiche o scientifiche, nonché per la presentazione di progetti o studi in àmbito commerciale o industriale, nei quali il conferimento del premio all’autore dell’opera prescelta ha carattere di corrispettivo di prestazione d’opera o rappresenta il riconoscimento del merito personale o un titolo d’incoraggiamento nell’interesse della collettività”.
RISPOSTA DI MAURO RUBIN
Finalmente qualcuno fa un po’ di chiarezza sulla sfida di Google. Non vi nascondo la mia perplessità quando ho appreso che l’Italia è stata esclusa da questa opportunità per un problema di burocrazia fiscale… Quale novità! Come sviluppatore seguo molto le gare internazionali di questo genere, e devo dire che sono ottime opportunità per mettersi alla prova e per condividere conoscenze con altre persone.
Nel campo scientifico/accademico l’Italia è un punto di riferimento per il mondo, ma nelle piccole cose di tutti i giorni (PA, servizi per i cittadini, etc..) chi dovrebbe promuovere innovazioni è troppo vecchio per capire di che cosa stiamo parlando, chi gestisce la pubblica amministrazione e i politici che ruotano a questi eventi sono ancora convinti che la rete sia una cosa ancora “nuova”… Sveglia!!!
Siamo sempre alla ricerca dell’acqua calda e “i nostri vecchi” (passatemi il termine) si esaltano quando pubblicano delle informazioni comunali su un sito web (cosa che nel resto d’europa è scontata da parecchi anni).
Tra pochi anni, se non avverrà un cambio sostanziale, l’Italia non verrà esclusa solo da Google Android… ma da molte altre cose, facendo spazio ad altri paesi dove le capacità dei giovani sono tenute molto in considerazione (a tal proposito vi consiglio di leggere “La speranza indiana” di Federico Rampini).
Si intitola interrogativamente Amara vittoria? il post che Philippe Aigrain dedica alle condizioni che Microsoft vorrebbe attuare per favorire l’interoperabilità. Per farlo parte da un articolo pubblicato dalla rivista francese Les Echos e pone una serie di considerazioni che mettono in dubbio la reale volontà di interoperare da parte dell’azienda che ha abusato della sua posizione sul mercato. In particolare, rileva Aigrain che non si sa, per esempio, se l’accesso sarà aperto oppure sottoposto a condizioni così come si fa riferimento ai brevetti senza che sia possibile capire come Microsoft li vorrebbe usare. E conclude l’autore francese:
A fronte di tutte queste domande, gli sviluppatori di software libero farebbero forse bene a non ricorrere alle informazioni sull’interoperabilità e a continuare a esercitare il loro diritto al reverse engineering oltre al loro diritto di scrivere software originale per dialogare con altri sistemi.
Pubblichiamo di seguito un testo di Italo Vignoli dell’Associazione PLIO (Progetto Linguistico Italiano OpenOffice.org) in relazione al tema ODF.
Negli ultimi giorni, ho letto alcuni articoli in cui The Open Document Foundation, Inc., un’organizzazione non profit di diritto statunitense nata per iniziativa di alcuni individui per promuovere delle modifiche allo standard ISO/IEC 26300 Open Document Format, viene confusa con la ODF Alliance, l’organizzazione che raccoglie tutti gli enti e le aziende (la lista completa è sul sito) che promuovono e sostengono l’adozione dello standard, e che collabora con l’OASIS all’evoluzione dello standard stesso. Il fatto che The Open Document Foundation, Inc. abbia abbandonato l’ODF a favore di un altro formato sviluppato dal W3C non ha nessun tipo di impatto né sullo stato dell’ODF né sulla sua evoluzione: il formato standard ISO/IEC 26300 gode di eccellente salute ed è riconosciuto e adottato da un numero sempre maggiore di Paesi in tutti i continenti. Tutte le informazioni relative all’ODF si trovano sul sito dell’ODF Alliance, mentre i più curiosi possono trovare qualche informazione in più su The Open Document Foundation, Inc. e alcuni dei suoi membri principali in questo post di Rob Weir.
Roberto Galoppini, personaggio da tempo molto attivo nel mondo del business orientato al software libero, sta per festeggiare il primo anno di vita del suo blog, Commercial Open Source Software. E nel corso di questi dodici mesi ha dedicato spesso spazio agli italiani che lo fanno (bene, aggiungeremmo noi). A questo proposito, vogliamo dunque segnalare l’intervista che ha di recente pubblicato dopo aver chiacchierato con lo sviluppatore Simo Sorce, da anni maintainer del progetto Samba ed esperto in integrazione con i sistemi Microsoft. Variegati gli argomenti affrontati: dall’avvicinamento a Samba agli aspetti che riguardano la comunità del software libero, dall’esperienza della microimpresa in Italia al rapporto con le corporation e con l’estero. Come a dire: un ritratto a tutto tondo.
Mentre prosegue sulla lista Discussioni sul software libero il dibattito a proposito della sponsorizzazione di Microsoft unicamente a QuiFree.it (malgrado il convegno si inserisca nell’ambito più ampio del Festival della Creatività), dall’estero giunge voce che l’aziendona di Bill Gates voglia acquistare piccole software house che lavorano con informatica libera. Ancora una volta l’annuncio è affidato a Cavallo Pazzo e da più parti si pensa al solito FUD che ultimamente sembra orientato verso i brevetti e il loro ricorso in sede giudiziaria. Rimane comunque il fatto che le azioni di avvicinamento (accerchiamento?) si sono fatte più concrete con l’approvazione delle licenze sottoposte all’OSI dalla società di Redmond.
Si intitola OOXML Payback Time as Global Standards Work in SC 34 “Grinds to a Halt” e l’articolo, in pratica, riporta come tutte le votazioni ISO/IEC JTC1 per l’SC34 non riescano a raggiungere il quorum minimo del 50 per cento dei P-member per le molte aggiunte dovute alla votazione per MS-OOXML che non ottemperano all’obbligo di votazione/astensione (solo una delle new entry ha partecipato ad una votazione).
Visto che a febbraio 2008 ci sarà un’altra votazione per MS-OOXML questo potrebbe voler dire che per molti altri mesi l’SC34 potrebbe restare bloccato da Microsoft fino a quando queste new-entry - entrate solo per votare pro MS-OOXML - non decidano di passare a O-member e sbloccare questo “stallo”.
(Si ringrazia Davide Prina per il contributo)
Prodotto contro prodotto. Brevetti contro modalità di condivisione. In massima sostanza questo è lo Steve Ballmer-pensiero così come riportato in un articolo pubblicato oggi su ZeusNews. In esso, le volontà distruttrice del cavallo più pazzo del software proprietario sono esplicite, alla faccia delle mosse contrastanti che Microsoft avrebbe compiuto negli ultimi tempi per avvicinarsi al software libero. Forse incattiviti dal risultato di fronte dall’antitrust europea, gli uomini di Redmond infatti sembrano riconoscersi nelle parole di Ballmer, il quale prosegue affermando che:
Noi spendiamo molti soldi, il resto dell’industria commerciale spende molti soldi in ricerca e sviluppo. Abbiamo speso molti soldi acquisendo brevetti” E ancora: “Penso che sia importante che anche i prodotti open source siano obbligati a partecipare nello stesso modo al regime di proprietà intellettuale. Ecco perché abbiamo stretto l’accordo con Novell.
Non è un argomento nuovo, ma è un argomento persistente e del quale ci siamo interessati più volte: quello della presunta violazione del diritto d’autore che “qualcuno” vorrebbe reprimere senza stare a guardare troppo i termini delle licenze. A questo proposito, Blogs4Biz di Alessio Jacona scrive, nel post di ieri, In piedi, entra la corte:
È dai tempi di Napster che la Recording Industry Association of America (RIAA) promette di reprimere con ogni mezzo il traffico illegale di brani musicali in rete. Ieri, per la prima volta, si è passati dalle parole ai fatti: Jammie Thomas è stata infatti la prima “U.S. resident” (tra i circa 20mila suoi concittadini denunciati) a sedere in tribunale per essere processata. L’accusa è, ovviamente, “copyright infringement”.
Che la RIAA avesse armi affilate non è notizia di oggi. Che non le voglia deporre e difenda interesse personalistici a favore tutt’altro che dei cittadini sembra proprio cronaca di tutti i giorni. A questo proposito, consigliamo la lettura di qualche documento: