
ITworld.com utilizza una sorta di macchina del tempo (Wayback Machine) per documentare la storia di cinque domini generici: music.com, eat.com, car.com, meat.com, e milk.com. Nell’era del web 2.0 sembra quasi essere un onore esclusivo avere un dominio che conduca l’utente a cio’ che trovera’ per davvero (come ad esempio Flickr) o che sia tanto ermetico da non permettere all’utente di indovinare su cosa si focalizzi il sito (come ad esempio del.icio.us). In quest’era e’ facile dimenticare i tempi d’oro della meta’-fine anni ‘90, in cui i domini ‘.com’ si basavano su sostantivi e verbi semplici, in cui gli invesitori riponevano le loro speranze per il marketing. Domini che venivano acquistati dalle imprese dai geek che li vendevano per divertimento agli inizi degli anni ‘90.
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Uno degli esempi analizzati e’ music.com, dominio che inizialmente (nel ‘96) stava per ‘Multi-User Specialty Integrated Circuits’, dato che all’epoca gli utenti in Internet andavano a cercare questo tipo di concetto con la parola chiave ‘music’, mentre gli utenti comuni ascoltavano la musica sui nastri. Invece, nel ‘99, comprendendo che gli utenti potevano cercare dell’altro immettendo la parola chiave ‘music’ nel motore di ricerca, hanno realizzato un portale di musica a tutti gli effetti, raggiungibile da music.com. Che fine ha fatto il sito dedicato ai ‘Multi-User Specialty Integrated Circuits’? Gli hanno cambiato dominio: music-ic.com
Fonte (in lingua inglese)
Approfondimento (in lingua inglese)
In seguito a una lunga fase di test Linus Torvalds ha finalmente pubblicato la versione 2.6.24 del kernel Linux, una versione ricca di novita’.
Per ultimare questo kernel a Torvalds sono occorsi 3 mesi e mezzo, la patch da 2.6.23 a 2.6.24 e’ la piu’ grande mai realizzata. L’obiettivo prefisso era di omogeneizzare le architetture i386 e x86_64 e creare la nuova architettura x86. In questo modo andrebbero ridotte le ridondanze del codice e l’assistenza verrebbe facilitata. Dopo Andi Kleen sono Thomas Gleixner, Ingo Molnar e H. Peter Anvin a gestire il codice semplificato.
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Il “Completely Fair Scheduler” (CFS) introdotto con Linux 2.6.23, e’ stato ottimizzato ed ampliato per la creazione di raggruppamenti. La feature tickless introdotta con Linux 2.6.21 e’ stata estesa ad altre architetture quali x86-64, PPC, UML, ARM e MIPS. Nell’attuale versione inoltre sono molti i driver WLAN adatti al nuovo stack.
Una delle maggiori novita’ consiste nella gestione della memoria, ottimizzata in modo tale da ridurne la frammentazione, con tutti i vanatggi che ne derivano. La variazione e’ il risultato di 3 anni di lavoro.
Fonte (in lingua tedesca)
Approfondimenti
Ubunutu sembra aver conquistato anche Acer. La catena di negozi neozelandese Dick Smith Electronics ha iniziato a vendere il notebook Aspire 4315-100508Ci della Acer con la versione 7.10 di Ubuntu (fonte).
In seguito al passo di Lenovo verso il software libero, con la vendita dei ThinkPad T61 e R61 con SUSE Linux preinstallato (fonte), ora vediamo come anche Acer si muova in questa direzione.
Che sia l’inizio di una “smossa” generale dei grandi fornitori di hardware verso i sistemi operativi GNU/Linux?
Un bilancio del software libero nelle aziende durante il 2007 lo traccia Paolo Iasevoli con un articolo pubblicato nei giorni scorsi su Pmi.it riprendendo quanto ha reso noto recentemente la Linux Foundation. E scrive Iasevoli:
Il 2007 ha visto un successo di pubblico strepitoso: la partecipazione e’ raddoppiata rispetto al 2006, passando dai 10.000 utenti dello scorso anno agli oltre 20.000 attuali […]. Di questi 20 mila utenti, il 69,4% lavora in aziende con meno di 100 dipendenti e quasi la meta’ di essi e’ composta da professionisti IT (43,3%). Un target che evidenzia meglio di qualsiasi altra informazione come Linux stia riscuotendo un enorme successo in ambito business.
Acceso dibattito sul DRM in Italia, dopo l’appello di dmin.it a Rutelli contro la pessima proposta Sarkozy per limitare i mancati utili delle major dell’intrattenimento. All’appello di Chiariglione hanno risposto in molti: Andrea Rossato ha criticato il totalitarismo contenuto nella proposta di legge, Gentiloni e Mazza hanno ribadito lo loro posizioni gia’ note, Marco Calamari colma il silenzio nel dibattito per l’assenza di no1984.org (e di altri, aggiungerei) dato il tema DRM (Digital Restrictions Management) e Treacherous Computing (TPM). Il commento di Paolo Nuti, da’ l’occasione per aggiungere al dibattito un dubbio. Dice Nuti:
un DRM Open Source potrebbe […]
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E in quella frase cita la magica chimera che finora nessuno ha dimostrato che possa funzionare. Per quanto mi sforzi, resto ancora convinto che il DRM Open Source, se veramente Open Source in ogni riga di codice non puo’ essere un sistema di controllo efficace dei diritti (o delle restrizioni). Per renderlo minimamente utile va il software va miscelato con l’hardware con effetto tivoizzazione. In questo caso che il DRM sia Open Source o meno non fa alcuna significativa differenza: diventa uno strumento di controllo non modificabile.
Stefano Maffulli ha provato a interpretare un caso d’uso del DMPF per poterlo usare in una presentazione. E’ un caso d’uso relativo ad un utente che vuole distribuire con licenza Creative Commons un’immagine scattata con la sua macchina fotografica. Nella rappresentazione grafica dei flussi descritti nel documento appare chiaro che una parte del software che implementa il sistema iDRM non puo’ essere libero (software libero o open source o a codice sorgente aperto sono la stessa cosa, in questo ambito): se l’utente che riceve la foto potesse modificare il suo client, non farebbe in modo che il check dalla Registration Authority sia sempre positivo? Le due slide fumettose (non rigorose) sono qui.
Non e’ questione di fiducia, ma ci pare cruciale capire come si intende superare in pratica le contraddizioni tra diritti e restrizioni, considerando che, come scrive ottimamente Juan Carlos De Martin di Creative Commons:
la remunerazione [degli autori] deve seguire altri canali rispetto alla vendita di un oggetto digitale manipolato per farlo assomigliare ad un oggetto fisico [col DRM].
Cosa sfugge, visto che il DRM e’ morto e ormai si e’ capito che il pubblico non lo vuole e l’industria ne ha preso atto iniziando a sperimentare nuovi modelli di business? E perche’ in Italia qualcuno si affanna a resuscitarlo?

“Mi piacerebbe passare a un sistema operativo libero, ma c’è il software di cui ho bisogno?” La domanda, chi bazzica nel mondo di GNU/Linux, l’avrà sentita almeno una volta. Per rispondere, nei giorni scorsi è stato pubblicato un interessante articolo, Open-source software rated: Ten alternatives you need, in cui si presentano le “alternative” a prodotti proprietari. Tra questi, OpenOffice.org per le utilità d’ufficio, MediaPortal e VLC media player per il multimedia, 7-Zip per i file compressi, GIMP per il fotoritocco, RSSOwl per l’aggregazione e la lettura dei feed RSS, Pidgin per l’instant messaging, InfraRecorder per la masterizzazione di CD e DVD, Audacity per l’editing audio e Firefox per la navigazione su web. Per ognuno di questi programmi vengono presentati pro, contro, conclusioni e link per scaricarli e provarli.
Il LUG di Grosseto, GuruAtWork, nei giorni scorsi ha firmato per mano del suo presidente, Luca Ceccarelli, un’intesa con il sindaco della città toscana, Emilio Bonifazi, e con il comandante dell’aeroporto militare, Vincenzo Nuzzo, per promuovere l’introduzione del software libero nell’infrastruttura informatica dell’aeroporto Baccarini. Se ne può leggere notizia sul sito dell’associazione grossetana sul quale si scrive:
Siamo particolarmente contenti per aver stipulato questo protocollo perché la nostra Associazione potrà portare l’etica dei concetti del Software Libero anche all’interno degli ambiente militari.
Gli fa eco su Maremma News il sindaco Bonifazi che dichiara:
Un accordo importante che consolida ancora di più l’ottimo rapporto tra l’amministrazione e il 4° Stormo in un settore cruciale come quello della tecnologia informatica. Il nostro obiettivo è quello di favorire ancora di più il dialogo e lo scambio reciproco.
Il comune intanto si è impegnato a organizzare per il 4° Stormo corsi di formazione sia dal punto di vista sistemistico che applicativo.
DataManager dedica un primo piano di Giovanni Maria Casserà a un tema che sta prendendo sempre più piede, quello del GIS. E pur spaziando attraverso diverse lenti che possano focalizzare la questione, dedica una parte della sua analisi al software libero a utilizzo geografico. Nello specifico, dice in proposito:
Contestualmente anche il settore del software free si sta muovendo pesantemente e sempre più numerose sono le soluzioni Gis basate su software open-source. L’edizione di quest’anno del Foss4G (Free and Open Source Software for Geospatial, il meeting mondiale dei programmatori e degli utenti di software Gis open source) si è conclusa a settembre a Victoria in Canada e ha avuto, anche quest’anno, un grandissimo successo di pubblico, almeno così mi riferiscono i programmatori della mia azienda che hanno partecipato attivamente all’evento. Insomma: a quanto sembra anche il settore geo-spatial sta conoscendo gli stessi fenomeni, le stesse tendenze che hanno investito l’industria del software.
Qui il sito di Foss4G.

Sulla poco edificante questione di Google e Android, segnaliamo un buon articolo, Gli avvocati di Google sbagliano, e l’Italia rimane esclusa, pubblicato da Shannon.it e scritto da Massimo Melica, presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica, con le risposte di Mauro Rubin e Guido Scorza.
La notizia è di queste ore, il colosso Google decide di sviluppare un software denominato Android con la caratteristica di essere basato su open source, nonchè destinato a particolari piattaforme tecnologiche di sicuro successo, gli smartphone; a tal fine nell’ottica della Rete promuove un concorso planetario con un montepremi di 10 milioni di dollari (quasi sette milioni di euro) da destinare ai migliori programmatori.
Continua da sopra:
Il regolamento del concorso, per la sua natura privatistica, si riserva di indicare i requisiti dei partecipanti e qui riporta una serie di nazioni in contrasto con le leggi federali statunitensi Cuba, Iran, Syria, North Korea, Sudan, and Myanmar (Birmania) precludendo altresì la partecipazione ai cittadini residenti in Quebec e Italia in quanto le leggi locali pongono delle restrizioni.
Provo dunque ad immaginare quali possano essere queste restrizioni, mi vengono subito in mente le norme inerenti marchi e brevetti o in materia di diritto d’autore, poi mi documento e scopro che si tratta della natura del concorso (che nella fattispecie è il“Developer Challenge” letteralmente “Sfida programmatore”) ovvero l’onere dato dal fisco di dover tassare l’intero montepremi in Italia a prescindere se poi ci saranno dei vincitori italiani o meno.
Ecco un tassa che certamente non aiuta l’innovazione e le opportunità nel nostro Paese. In pratica il fisco, con lo scopo di permettere che il concorso sia aperto nei confini nazionali, chiede una tassa sulla base dell’intero importo (sui circa sette milioni di euro): il risultato quindi per gli organizzatori è antieconomico e dunque si restringe la partecipazione escludendo i concorrenti italiani.
Bene, le leggi sono rispettate e l’innovazione è perduta….
La società dell’informazione viaggerà sempre più spesso su queste regole, Motorola, Sony, Subaru avevano in precedenza indetto dei concorsi tra tecnici alla ricerca di nuovi talenti, anche in questo caso l’Italia era rimasta fuori ma la notizia non aveva avuto eco.
Mi chiedo cosa si possa fare. Mi chiedo, con un pizzico di amarezza, se il tanto decantato desiderio di innovazione in Italia sia realmente sentito o si tratti di uno specchietto per le allodole, legato al precariato istituzionale al quale siamo abituati, mentre agli amici “geniali sviluppatori” posso augurare un sincero … “buon viaggio all’estero“.
Wise Up
GLI AVVOCATI DI GOOGLE AVREBBERO SBAGLIATO
Dal blog di Guido Scorza :”Non è facile comprendere quali ragioni abbiano indotto lo staff legale di Google a suggerire una decisione tanto radicale ma può ipotizzarsi che ciò sia avvenuto sulla base di una lettura - diciamo almeno distratta - della vigente disciplina […] mi permetto di suggerire ai colleghi che assistono Google di leggere l’art. 6 del D.P.R. 26-10-2001 n. 430 - Regolamento concernente la revisione organica della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali, ai sensi dell’articolo 19, comma 4, della L. 27 dicembre 1997, n. 449. - che sotto la rubrica “Esclusioni”, stabilisce che “Non si considerano concorsi e operazioni a premio: a) i concorsi indetti per la produzione di opere letterarie, artistiche o scientifiche, nonché per la presentazione di progetti o studi in àmbito commerciale o industriale, nei quali il conferimento del premio all’autore dell’opera prescelta ha carattere di corrispettivo di prestazione d’opera o rappresenta il riconoscimento del merito personale o un titolo d’incoraggiamento nell’interesse della collettività”.
RISPOSTA DI MAURO RUBIN
Finalmente qualcuno fa un po’ di chiarezza sulla sfida di Google. Non vi nascondo la mia perplessità quando ho appreso che l’Italia è stata esclusa da questa opportunità per un problema di burocrazia fiscale… Quale novità! Come sviluppatore seguo molto le gare internazionali di questo genere, e devo dire che sono ottime opportunità per mettersi alla prova e per condividere conoscenze con altre persone.
Nel campo scientifico/accademico l’Italia è un punto di riferimento per il mondo, ma nelle piccole cose di tutti i giorni (PA, servizi per i cittadini, etc..) chi dovrebbe promuovere innovazioni è troppo vecchio per capire di che cosa stiamo parlando, chi gestisce la pubblica amministrazione e i politici che ruotano a questi eventi sono ancora convinti che la rete sia una cosa ancora “nuova”… Sveglia!!!
Siamo sempre alla ricerca dell’acqua calda e “i nostri vecchi” (passatemi il termine) si esaltano quando pubblicano delle informazioni comunali su un sito web (cosa che nel resto d’europa è scontata da parecchi anni).
Tra pochi anni, se non avverrà un cambio sostanziale, l’Italia non verrà esclusa solo da Google Android… ma da molte altre cose, facendo spazio ad altri paesi dove le capacità dei giovani sono tenute molto in considerazione (a tal proposito vi consiglio di leggere “La speranza indiana” di Federico Rampini).
Si intitola interrogativamente Amara vittoria? il post che Philippe Aigrain dedica alle condizioni che Microsoft vorrebbe attuare per favorire l’interoperabilità. Per farlo parte da un articolo pubblicato dalla rivista francese Les Echos e pone una serie di considerazioni che mettono in dubbio la reale volontà di interoperare da parte dell’azienda che ha abusato della sua posizione sul mercato. In particolare, rileva Aigrain che non si sa, per esempio, se l’accesso sarà aperto oppure sottoposto a condizioni così come si fa riferimento ai brevetti senza che sia possibile capire come Microsoft li vorrebbe usare. E conclude l’autore francese:
A fronte di tutte queste domande, gli sviluppatori di software libero farebbero forse bene a non ricorrere alle informazioni sull’interoperabilità e a continuare a esercitare il loro diritto al reverse engineering oltre al loro diritto di scrivere software originale per dialogare con altri sistemi.