
Rilasciato con licenza GNU/GPLv2, questo programma ha uno scopo specifico: e’ una specie di browser creato per consultare Wikipedia consentendo di visualizzare all’interno della stessa schermata le risorse (testi o immagini) collegate a una singola voce. Si chiama Indywiki, e’ arrivato alla versione 0.9.7 ed e’ disponibile per GNU/Linux (sia per GNOME che per KDE), Microsoft Windows e MacOSX. Il programma e’ stato realizzato in Python 2.5 e l’interfaccia in Pyqt 4.3. Qui si possono consultare alcuni screeshot mentre, per cui volesse contribuire, e’ a disposizione una todo list. Ulteriori informazioni si possono leggere nella recensione pubblicata da Linux.com.
di Simone Aliprandi, Copyleft Italia
Parallelamente ai lavori extraparlamentari per lo studio di una riforma del diritto d’autore (di cui al precedente post), alcuni deputati della (ex) maggioranza (guidati dall’On. Folena) hanno fatto approvare da entrambe le Camere una modifica dell’art. 70 della legge sul diritto d’autore (Legge 633/41). Obbiettivo di questo intervento legislativo (art. 2, L. 9 gennaio 2008, n.2) doveva essere l’innesto nel nostro sistema giuridico di una forma (pur attenuata) di *fair use*: si tratta di un principio giuridico di natura anglo-americana che mira ad elasticizzare il copyright, prevedendo alcuni casi di libero utilizzo delle opere protette (a tal proposito si consiglia di approfondire il concetto attraverso l’apposita voce su Wikipedia).
Tutto sembrava cosi’ lungimirante ed innovativo che molti hanno tirato un sospiro di sollievo per la ventata di novita’ che questa novella avrebbe dovuto apportare al nostro sistema giuridico.
Se non fosse che la scelta delle parole per la redazione della norma ha scatenato critiche e sarcasmo da piu’ fronti. Questo il tono letterale del testo incriminato:
Continua da sopra:
e’ consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro.
La pietra dello scandalo e’ il riferimento al concetto di “bassa risoluzione” e soprattutto a quello di “degradazione”, due concetti che in effetti sembrano proprio fare a pugni con tutti i buoni propositi di svecchiamento dell’assetto normativo.
Da parte mia mi permetto solo di fare un paio di considerazioni. Sono consapevole di quanto sia difficile fare attivita’ legislativa in questo settore cosi’ soggetto ad evoluzioni repentine e cosi’ esposto all’attenzione mediatica (soprattutto Internet); capisco anche quanto sia importante e lodevole il segnale “politico” che deriva da questa piccola riforma, come ha voluto sottolineare l’On. Folena, firmatario del disegno di legge. Certo pero’ non posso negare il fatto che la scelta delle parole non e’ stata delle piu’ felici; e certo non mi sento di biasimare chi simpaticamente e goliardicamente ha voluto inaugurare una nuova forma d’arte: la *degradarte*.
Resta il rammarico per un’altra occasione persa, in cui si poteva fare molto e invece si e’ fatto poco. Senza considerare il fatto che, essendo stata pubblicata la norma sulla Gazzetta Ufficiale pochi giorni fa ed essendo in questi giorni caduto il Governo, questa riforma - che necessita ancora di disposizioni attuative - rischia di rimanere segregata nel limbo delle norme “vigenti ma non efficienti”.
Per dovere di cronaca, alcuni attivisti e politici hanno addirittura avanzato un appello pubblico al Presidente della Repubblica affinche’ non proceda alla promulgazione della legge.
Di seguito una serie di links utili per ricostruire il dibattito delle scorse settimane relativo all’entrata in vigore della norma.
(Questo testo, pubblicato lo scorso 28 gennaio sul blog dell’autore, e’ rilasciato con licenza Creative Commons.)

Stefano Maffulli sul suo blog riprende una spinosa questione: che fine hanno fatto i 10 milioni di euro che la finanziaria 2007 aveva destinato al sostegno del software libero? Effettivamente, a governo caduto e manovra economica comunque valida, non si ha risposta all’interrogativo che gia’ Flavia Marzano e Roberto Galoppini avevano proposto. Eppure il testo istituzionale sembra chiaro nei suoi intenti. Cio’ non toglie che al momento continua a non esserci uno straccio di indicazione in merito.
L’impresa norvegese Trolltech che ha sviluppato Qt (framework C++ per KDE), nonche’ la piattaforma applicativa GNU/Linux per telefonia mobile Qtopia ora ha un nuovo proprietario: il colosso della telefonia mobile finlandese Nokia. Trolltech, che con la realizzazione del Greenphone puo’ gia’ vantare di aver creato una piattaforma di riferimento per gli smartphone GNU/Linux, vale circa 105 milioni di euro. Il management a capo di Trolltech hat ha gia’ accettato l’offerta della Nokia che pare essersi aggiudicata il 66,43% delle azioni Trolltech. Agli azionari restanti il management consiglia di fare lo stesso.
Continua da sopra:
Cio’ conferma la tendenza di Nokia a rendersi indipendente dalla vendita di hardware mobile, dedicandosi ad applicazioni, soluzioni Internet, ecc. Pare inoltre che Nokia voglia portare avanti la propria strategia software sia nel campo della telefonia mobile che nell’ambito delle applicazioni per il desktop. Gli sviluppatori dovrebbero essere messi in condizione di sviluppare applicazioni che possano girare indifferentemente su applicazioni web e su apparecchi Nokia. Tra i vari obiettivi spicca quello di sviluppare tecnologie in grado di supportare web 2.0 sui cellulari.
I prodotti di Trolltech verranno mantenuti da Nokia e sviluppati ulteriormente. La tecnologia Trolltech verra’ offerta sotto licenze libere, come in passato. Recentemente l’impresa aveva annunciato la pubblicazione del framework Qt anche sotto la licenza GPLv3. Inoltre, da aprile 2007 Nokia e’ membro della Linux Foundation, costituita dalla Open Source Development Labs (OSDL) e da Free Standards Groups. Gia’ nel 2006 il colosso finlandese aveva pubblicato il codice sorgente del proprio browser mobile sotto una licenza BSD.
Fonte (in lingua tedesca)
In seguito a una lunga fase di test Linus Torvalds ha finalmente pubblicato la versione 2.6.24 del kernel Linux, una versione ricca di novita’.
Per ultimare questo kernel a Torvalds sono occorsi 3 mesi e mezzo, la patch da 2.6.23 a 2.6.24 e’ la piu’ grande mai realizzata. L’obiettivo prefisso era di omogeneizzare le architetture i386 e x86_64 e creare la nuova architettura x86. In questo modo andrebbero ridotte le ridondanze del codice e l’assistenza verrebbe facilitata. Dopo Andi Kleen sono Thomas Gleixner, Ingo Molnar e H. Peter Anvin a gestire il codice semplificato.
Continua da sopra:
Il “Completely Fair Scheduler” (CFS) introdotto con Linux 2.6.23, e’ stato ottimizzato ed ampliato per la creazione di raggruppamenti. La feature tickless introdotta con Linux 2.6.21 e’ stata estesa ad altre architetture quali x86-64, PPC, UML, ARM e MIPS. Nell’attuale versione inoltre sono molti i driver WLAN adatti al nuovo stack.
Una delle maggiori novita’ consiste nella gestione della memoria, ottimizzata in modo tale da ridurne la frammentazione, con tutti i vanatggi che ne derivano. La variazione e’ il risultato di 3 anni di lavoro.
Fonte (in lingua tedesca)
Approfondimenti
Questa sembra una di quelle notizie di particolare importanza. Il titolo dell’articolo, pubblicato su ItaliaSW.com infatti dice gia’ parecchio, KDE 4 diventa cross-platform, supporta Windows e Mac OS e aggiunge:
Chi volesse testare l’effetto che fa vedere applicazioni prima disponibili esclusivamente su KDE girare perfettamente su Windows e’ invitato a scaricare da windows.kde.org (progetto che si occupa del porting di Kde su Windows) il KDE-Installer e avviarlo, e’ un eseguibile a cui dovremo specificare l’installation root path (creeremo la directory c:\kde4), il compiler type (compilatore mingw), la modalita’ di installazione (install mode - end user), come siamo connessi ad Internet (connessione diretta ad internet), il package download path (c:\kde4) e scegliere in ultimo un download Mirror tra quelli disponibili.
Per maggiori informazioni:
http://www.kde.org/
http://windows.kde.org/
http://macos.kde.org/
Il PLIO, l’associazione di volontari che promuove la versione italiana di OpenOffice.org, sottolinea la sorprendente coincidenza tra il numero degli italiani che ha scaricato la versione trial di Microsoft Office 2007 - poco piu’ di un milione, secondo un recente comunicato stampa di Microsoft Italia - e il numero dei nuovi download di OpenOffice.org nel corso del 2007.
“I conti tornano, e riteniamo che non si possa trattare solo di una coincidenza”, commenta Davide Dozza, Presidente dell’Associazione PLIO. “I download della versione italiana di OpenOffice.org sono stati 800.000 nel 2006 e 1.800.000 nel 2007: la differenza sta proprio in quel milione di italiani che - stando a Microsoft - ha scaricato la versione di prova di Office 2007. Probabilmente, gli utenti hanno deciso di passare a OpenOffice.org non appena hanno realizzato che lo sforzo per adattarsi alla nuova interfaccia utente era superiore a quello richiesto per migrare alla suite open source. D’altronde, la maggior parte delle richieste di informazione che abbiamo ricevuto nel 2007, e continuiamo a ricevere nel 2008, riguarda la compatibilità di OpenOffice.org con Windows Vista”.
Per facilitare il compito a tutte queste persone, i volontari dell’Associazione PLIO hanno creato una pagina sul wiki che contiene i documenti in grado di aiutare gli utenti durante la migrazione da Microsoft Office a OpenOffice.org, completata da una seconda pagina che contiene i manuali. Per i piu’ curiosi, c’e’ anche una pagina con le principali risorse su OpenOffice.org. Queste pagine verranno aggiornate con cadenza mensile.
Esistono solo due livelli di competenza in grado di aprire opportunita’ di business con il software a sorgente aperto liberamente disponibile, denominati “best code here” e “best knowledge here”, ma nessuno di questi scala facilmente, ed occorre essere leader di mercato per potersi avvantaggiare della maggiore efficienza produttiva da un lato, e del marketing virale dall’altro.
Ma mentre il panorama delle imprese Open Source italiane oggi non rappresenta una ampia gamma di approcci al business, di fatto risultando costituito da PMI che erogano servizi di base, quali appunto assistenza, installazione e formazione, piuttosto che da system integrator che personalizzano ed integrano soluzioni open e proprietarie negli ambienti dei loro clienti su commesse a progetto, il panorama internazionale offre una segmentazione piu’ interessante. Una ricerca empirica appena conclusa dal progetto FLOSSMETRICS ha clusterizzato alcune macro-tipologie di approcci partendo da un insieme di 120 aziende, distinguendo le seguenti categorie:
Continua da sopra:
Questa tassonomia non rappresenta una disanima dei diversi “modelli di business” - per definire i quali occorrerebbe analizzare in dettaglio la strategia aziendale e come questa si differenzia dalla concorrenza, sia essa open o proprietaria, seguendo ad esempio la definizione di business model data da Alex Osterwalder – ma puo’ aiutare a comprendere tendenze ed opportunita’ partendo dai caratteri dominanti riscontrati.
E’ altresi’ vero che da questa tassonomia rimangono esclusi importanti esempi come quello di Google, che pur rilasciando ambienti di sviluppo, migliorie a numerosi progetti e finanziando una delle iniziative piu’ rilevanti del panorama Open Source quale Google Summer of Code, piuttosto che la Mozilla Foundation che sembra abbia realizzato 72 Milioni di dollari con il solo advertisment.
Analizziamo sinteticamente, sulla base della definizione Osterwalder, uno dei modelli di business recensiti dal progetto europeo QualiPSo6, denominato “Distributing copies of an OSS product for a fee”, relativo alla vendita di copie di programmi open source, senza includervi servizi, supporto tecnico, consulenza o altro.
In questo caso la Value Proposition e’ definita come la vendita shrink-wrap di prodotti open source, il Customer Segment e’ costituito da clienti business, tipicamente PMI e professionisti, dotati di poca banda – ammesso che quresto abbia un senso – e una scarsa conoscenza dell’esistenza di soluzioni Open Source.
Il Canale di Distribuzione naturale dovrebbe essere un sito web, poiche’ con tutta probabilita’ i margini non giustificherebber un altro tipo di distribuzione, ne’ tanto meno investimenti in forze di vendita. Per vendere prodotti Open Source shrink-wrap la personalizzazione dell’offerta e’ un must, poiche’ consentirebbe di sfruttare le potenzialita’ della “coda lunga” associate alle diverse comunita’ di interesse.
Chesbrough e Rosenbloom suggeriscono anche di considerare elementi quali “Position in value network” e “Competitive Strategy”, e in questo senso occorre rilevare che tutti i forge e i repositories costituiscono la concorrenza, cosi’ come tutte le riviste specializzate che includono CD e DVD. Per quanto riguarda la Strategia Competitiva, Michael Porter identifica due tipi di vantaggi, denominati “cost advantage” e “differentiation advantage”. Dal momento che essere piu’ economici della concorrenza e’ praticamente impossibile, essendo questa gratuita nel caso dei forge e marginale nel caso delle riviste, l’unica possibilita’ e’ quella di rispondere adeguatamente ai bisogni idiosincratici dei clienti.
Una volta identificata una opportuna Strategia di Differenziazione, sono richiesti grossi investimenti marketing per raggiungere i potenziali clienti, visto che i clienti target di questo modello in letteratura sono descritti come soggetti che non percepiscono l’esistenza di tali soluzioni. Anche supponendo che questo business si sviluppi, vale che i concorrenti possono facilmente imitare la nostra offerta, che per definizione e’ replicabile in quanto basata esclusivamente su risorse liberamente disponibili. Si osservi, infine, che per i concorrenti non sarebbero piu’ necessari ne’ i costi di ricerca delle soluzioni ne’ forse quelli di marketing, poiche’ a quel punto il segmento target individuato sarebbe piu’ consapevole e quindi ricettivo verso alternative piu’ economiche.
Il business con l’open source, come tanti altri tipi di business, puo’ essere per molti, ma non per tutti.
Questo post e’ tratto dal capitolo “Modelli di business open source” scritto da Roberto Galoppini per il libro Finalmente libero! (McGraw-Hill, 2007) curato da Giulio Concas, Giulio De Petra, Flavia Marzano e Pietro Zanarini. Per chi fosse interessato a ulteriori informazioni, intorno alla pubblicazione e’ nata anche una comunita’ che si occupera’ di discutere dei temi trattati nella pubblicazione.
Di Freedom of Expression: Resistance and Repression in the Age of Intellectual Property, il libro su cui il suo autore, Kembrew McLeod, era riuscito a farsi riconoscere come depositario dell’espressione che da’ il titolo dal volume, si era parlato un po’ di tempo fa. Ora, invece, il gruppo di FreeCulture@NYU da’ notizia della presentazione del film tratto dal lavoro di McLeod, che sara’ presentato ufficialmente a fine mese. La voce narrante e’ quella di Naomi Klein, gia’ nel pieno della promozione di The Shock Doctrine, mentre le interviste che accompagnano il documentario della durata di 53 minuti sono, tra gli altri, a Lawrence Lessig (Stanford Law e CreativeCommons.org), Carrie McLaren (Illegal Art Show) e Mark Hosler (Negativland). Disponibili in rete i trailer del film cosi’ come le informazioni per acquistare il DVD e il materiale messo a disposizione online (su diritto d’autore, creativita’ e tentativi censori o repressivi attraverso il copyright) e’ stato rilasciato con licenza Creative Commons.
Spesso si parla della forza del software libero rintracciabile nella possibilita’ di localizzare applicazioni e interfaccia. E’ per esempio il caso di Litrix Linux, distribuzione brasiliana di cui il mese scorso e’ uscita la ISO su DVD giunta alla versione 7.12. Basata su Gentoo e su KDE 3.5.8 come abiente grafico, la distribuzione si e’ guadagnata una lunga recensione da parte di Susan Linton sulle pagine virtuali di Linux.com. Il giudizio di Linton e’ tutto sommato positivo: giudica buona la distribuzione, anche se avverte che rimane qualche problema di configurazione con hardware particolare e che probabilmente qualcosa dovra’ ancora essere fatto manualmente. Poco, pero’, aggiunge, dato che ambiente grafico e interfacce hanno raggiunto un soddisfacente livello qualitativo.