Il DRM open source e’ una chimera?
Acceso dibattito sul DRM in Italia, dopo l’appello di dmin.it a Rutelli contro la pessima proposta Sarkozy per limitare i mancati utili delle major dell’intrattenimento. All’appello di Chiariglione hanno risposto in molti: Andrea Rossato ha criticato il totalitarismo contenuto nella proposta di legge, Gentiloni e Mazza hanno ribadito lo loro posizioni gia’ note, Marco Calamari colma il silenzio nel dibattito per l’assenza di no1984.org (e di altri, aggiungerei) dato il tema DRM (Digital Restrictions Management) e Treacherous Computing (TPM). Il commento di Paolo Nuti, da’ l’occasione per aggiungere al dibattito un dubbio. Dice Nuti:
un DRM Open Source potrebbe […]
Continua da sopra:
E in quella frase cita la magica chimera che finora nessuno ha dimostrato che possa funzionare. Per quanto mi sforzi, resto ancora convinto che il DRM Open Source, se veramente Open Source in ogni riga di codice non puo’ essere un sistema di controllo efficace dei diritti (o delle restrizioni). Per renderlo minimamente utile va il software va miscelato con l’hardware con effetto tivoizzazione. In questo caso che il DRM sia Open Source o meno non fa alcuna significativa differenza: diventa uno strumento di controllo non modificabile.
Stefano Maffulli ha provato a interpretare un caso d’uso del DMPF per poterlo usare in una presentazione. E’ un caso d’uso relativo ad un utente che vuole distribuire con licenza Creative Commons un’immagine scattata con la sua macchina fotografica. Nella rappresentazione grafica dei flussi descritti nel documento appare chiaro che una parte del software che implementa il sistema iDRM non puo’ essere libero (software libero o open source o a codice sorgente aperto sono la stessa cosa, in questo ambito): se l’utente che riceve la foto potesse modificare il suo client, non farebbe in modo che il check dalla Registration Authority sia sempre positivo? Le due slide fumettose (non rigorose) sono qui.
Non e’ questione di fiducia, ma ci pare cruciale capire come si intende superare in pratica le contraddizioni tra diritti e restrizioni, considerando che, come scrive ottimamente Juan Carlos De Martin di Creative Commons:
la remunerazione [degli autori] deve seguire altri canali rispetto alla vendita di un oggetto digitale manipolato per farlo assomigliare ad un oggetto fisico [col DRM].
Cosa sfugge, visto che il DRM e’ morto e ormai si e’ capito che il pubblico non lo vuole e l’industria ne ha preso atto iniziando a sperimentare nuovi modelli di business? E perche’ in Italia qualcuno si affanna a resuscitarlo?
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