«Pur essendo oltre la portata di questo blog e delle mie capacità sintetizzare 16 ore di intense battaglie legali, è sufficiente dire che i rappresentanti di Microsoft hanno ripetutamente affermato il falso davanti alla Corte senza fare una piega». Questo uno dei passaggi tratto dall’ultimo report di Georg Greve, presidente di FSFE, sugli ultimi due giorni delle causa anti-trust in Lussemburgo. Prosegue Greve: «Se chiedete la mia impressione, direi che la Commissione Europea e i suoi sostenitori sono andati bene. Non esiste alcuna garanzia sulla sentenza e solo i giudici sanno cosa andranno a decidere, ma sono fiducioso perché tutti noi dalla parte della Commissione siamo stati molto convincenti. Si spera che Microsoft non riesca a farla franca con l’idea di prendere dei protocolli pubblici, metterli in una ‘blue bubble’ di segretezza e usare ciò in combinazione con il suo monopolio sul desktop come strumento per impadronirisi di tutte le tecnologie dell’informazione».
Proprio rispetto al “Teorema della Blue Bubble”, Carlo Piana, legale di FSFE in aula, ha aggiunto: «Gli interventi hanno chiarito perfettamente come la ‘blue bubble’ esista soltanto nelle argomentazioni degli avvocati. Mentre Microsoft non ha lasciato alcun dubbio sulla natura legale di tale ‘bubble’: un conglomerato di 46 brevetti che sostiene di possedere sugli Active Directory Services, con l’effetto primario di impedire l’interoperabilità e, alla fine, la stessa competizione».
Maggiori dettagli e resoconti sull’intera seduta seguiranno quanto prima in questo spazio: please stay tuned!
Lussemburgo, Corte Europea, 27/04 - Era la giornata dedicata all’interporabilità, quella di oggi, ma l’argomento principale è stata la sua mancanza. Nella causa che vede Microsoft nel mirino dell’antitrust europea ricorrere contro la condanna inflittale della Commissione europea davanti alla corte di giustizia in Lussemburgo, si è parlato a lungo di “proprietà intellettuale” specificando come diritto d’autore e segreti industriali siano secondari alla questione brevetti. Dunque questa causa dimostra come i brevetti sul software siano più importanti di un mercato efficiente e come il valore di ciò che si possiede sia molto più elevato di qualsiasi dialogo. Perché - Microsoft l’ha lasciato chiaramente emergere durante il botta e risposta con la Corte - la concorrenza la si batte con una guerra senza esclusione di colpi e se qualcuno - giudici compresi - scava, chiede chiarimenti, sollecita maggiori dettagli o ci vuole vedere più chiaro, viene invitato a leggersi i documenti allegati agli incartamenti comunitari.
Quando parlano gli uomini di Bill Gates, alla fine, sembra quasi che sia Samba l’entità che ha commesso un illecito facendo il reverse engineering dei protocolli di rete Microsoft. Che la Commissione prenda fischi per fiaschi e ci metta magari anche un po’ di accanimento nel non voler lasciare che Microsoft sbaragli il proprio mercato, anzi, i propri mercati di riferimento (che sono tre, per la precisione: file server, print server e gestione gruppi e utenti). Dal canto suo, Microsoft è perentoria: favorire l’interoperabilità vuol dire vedere minacciata la sua “proprietà intellettuale” e attenzione ai brevetti, il terreno è stato minato da qualche anno a questa parte e il colosso di Redmond è pronto a innescare le cariche.
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Andrew Tridgell, presidente del progetto Samba, lo dice senza giri di parole: «Abbiamo lavorato per sei anni duramente e siamo indietro ancora di dieci. Abbiamo bisogno di informazioni dettagliate da Microsoft per poter dialogare con i suoi sistemi e le sue reti». Ma precisano lui e Georg Greve, presidente di Free Software Foundation Europe: «Non ci interessa il codice sorgente di Microsoft. Così come i dettagli tecnici di implementazione. Chiediamo solo che le specifiche siano disponibili e che contengano le informazioni necessarie. Essere troppo didascalici sarebbe controproducente e un programmatore potrebbe essere distratto dal suo lavoro, perdere di vista la linea di sviluppo che sta seguendo».
Insomma, niente furto dei gioielli di famiglia, solo informazioni per garantire libertà di accesso a tutti gli utenti. «Ma siete in condizioni di fornire queste informazioni senza violare i vostri brevetti?» chiede a più riprese la Corte all’avvocato Jean Francois Bellis, affiancato dal collega Ian Forrester, di Microsoft. «No» la risposta dell’azienda che insiste neldiniego e porta con sé due colleghi esperti di brevetti e “proprietà intellettuale”. I quali confermano: la società statunitense difende solo i propri mercati “di pertinenza” mentre esplora quelli derivati. «Tutti agiscono come noi, nessuno dà le specifiche dei propri protocolli di comunicazione», rincara Bellis. «È falso» ribatte Tridgell, «basta andare sui siti delle aziende concorrenti e con quest’affermazione Microsoft nega anni di lavoro di gruppi internazionali di standardizzazione, come l’IEFT». Del resto, ancora meno convincono alcuni particolari della “innovativa” tecnologia di Microsoft, come la capacità della blue bubble - una rete in cui convivono più servizi di rete - di ripristinare connessioni cadute all’interno dei nodi. Cosa che Internet è in grado di fare fin dagli albori di Arpanet, quando non era asncora chiamata la Rete delle reti.
A oggi, non sembra esserci soluzione alla controversia. I toni duri della corte e il supporto di FSFE ed ECIS, lo European Committee for Interoperable System, che riunisce si scontrano con il muro di gomma di Microsoft. Domani la conclusione. Se nel frattempo la Corte di Giustizia non riterrà opportuno prendersi anche sabato mattina per la decisione finale. Possibilità che al momento non si esclude. Infine per la sentenza ci vorranno sei mesi o, forse, occorrerà attendere la fine dell’anno quando si saprà se la condanna dell’antitrust è confermata o meno.
L’imperativo del software libero nel governo e nella P.A. e Software libero e istruzione: questi i temi dell’incontro previsto per il pomeriggio di sabato 29 aprile a Dublino, Irlanda. Relatore sarà Federico Heinz, veterano del movimento del software libero in America Latina e presidente della FSF Latin America. Heinz è stato uno dei motori che hanno portato all’approvazione di legislazioni che impongono agli apparati governativi l’uso del software libero in Paesi quali Argentina, Perù e Venezuela. Proprio partendo da queste esperienze sul campo, l’intervento di Heinz si concentrerà sui punti di forza del software libero particolarmente in quest’ambito: sicurezza, persistenza e trasparenza. Anche l’accesso all’istruzione è un campo dove l’uso del software libero è di grande aiuto, rifacendosi ancora all’esperienza sudamericana. Organizzato da Irish Free Software Organisation e da Irish Computer Society, l’evento riguarda particolarmente l’imprenditoria di ogni livello interessata a lavorare con gli apparati statali nonché il mondo della ricerca universitaria e dell’istruzione in generale.
Sul sito della trasmissione radiofonica Radiolinux sono disponibili le interviste rilasciate dal Dottor Paolo Picchi della Provincia di Pisa e dall’Avv. Carlo Piana, legale di Free Software Foundation Europe.
Il Dottor Picchi è stato intervistato da Vasco Maria Cleri su “come convertire rapidamente documenti dai formati proprietari a formati standard“. Come già segnalato, la provincia di Pisa offre da tempo un servizio di conversione online basato su OpenOffice.org. Il Dottor Picchi vanta una lunga esperienza nel settore ICT della Pubblica Amministrazione: oltre che incaricato del sistema informativo territoriale, cura la gestione dei progetti di e-government e la diffusione dei servizi in banda larga sul territorio, ed è altresì responsabile per la provincia del progetto europeo “COSPA” per la diffusione dell’open source nella P.A.
Antonella Beccaria ha invece intervistato l’Avv. Carlo Piana, consigliere della FSFE, sulle audizioni finali del processo europeo anti-trust contro Microsoft.
Maggiori dettagli:
Intervista al Dr. Paolo Picchi.
Intervista all’Avv. Carlo Piana.
Download dell’intera puntata di Radiolinux.
Cominciano oggi le audizioni alla Corte di Prima Istanza per il processo antitrust “Microsoft contro la Commissione Europea“. Per FSFE sono già in Lussemburgo, di ritorno dal Brasile, il presidente Greve e il responsabile delle comunicazioni Joachim Jakobs, oltre all’avvocato Carlo Piana dello studio Tamos e Partners, presto raggiunti da Antonella Beccaria. Dal Samba Team è arrivato Andrew Tridgell, mentre i suoi colleghi sviluppatori sono alla conferenza SambaXP.
Le audizioni per la parte del processo che riguarda FSFE e Samba avverranno tra il 26 e il 28 Aprile. La posizione di FSFE è veramente semplice: i protocolli che Microsoft dichiara essere costosamente sviluppati dai suoi laboratori non sono altro che protocolli standard, noti e ampiamente diffusi, come LDAP e Kerberos al 90%; il restante 10% sono modifiche apportate da Microsoft per rendersi incompatibile con il resto del mondo e per usare il suo monopolio sui desktop per allargarsi sui server. Non vogliamo avere accesso al codice sorgente di Microsoft in alcun caso, ma chiediamo che vengano pubblicate tutte le informazioni necessarie per raggiungere l’interoperabilità con i server Windows. Non è chiedere la luna, solo di conoscere quel 10% di modifiche segrete compiute su standard notissimi. E Microsoft, perché teme la concorrenza? Non hanno i sistemi migliori di tutti? :->
È incredibile che manchino tante aziende. L’evento sembra essere stato dimenticato dai grossi nomi che l’avevano sostenuto negli anni precedenti: dov’è IBM, ad esempio? L’energia e il potenziale è enorme…e sono assai contento d’esserci: il futuro non è soltanto in Oriente”. Così Simon Phipps di Sun fotografa parte dello scenario che ha caratterizzato il 7. Free Software Forum svoltosi nei giorni scorsi a Porto Alegre, Brasile. Aggiungendo tuttavia che “lo spazio è enorme, le discussioni animate, con circa 5.000 presenze”: il tipico clima, vibrante ed entusiasta, di queste manifestazioni. A parte il fatto, appunto, che “LinuxWorld è arrivato anche qui e ha succhiato il denaro aziendale fuori dagli eventi di base” (come questo). Concludendo con una nota di rammarico: “Questo è quel che succede quando i parassiti si uniscono alla rivoluzione”. Sarà, ma anche vero è che l’assenza delle corporation non è poi faccenda così negativa, giusto? Perché “questa è senza dubbio uno dei migliori convegni sul software libero del pianeta”, segnala da parte sua Georg Greve, presidente di FSFE, chiarendo al volo: “Oltre a numerosi incontri e discussioni con diverse persone della comunità e dell’imprenditoria, l’attivismo pro-libertà e le varie presentazioni occupano rapidamente l’intera giornata”. Il resoconto estemporaneo prosegue informandoci che giovedì una delle tavole rotonde in programma era centrata sulle distribuzioni di software libero al 100%, dove Richard Stallman ha spiegato l’importanza di farle rimanere tali e lo stesso Greve, presentando brevemente il progetto AGNULA, ha sottolineato altresì il grosso lavoro effettuato da FSFE sulla licenza del marchio onde mantenere il pacchetto 100% software libero. “La discussione si è poi spostata su uno de temi più bollenti del momento: i problemi del Digital Restrictions Management (DRM) per la società umana in generale”, incalza il report. Senza dimenticare, il giorno precedente, la sessione dedicata alle attività in loco della Free Software Foundation Latin America, con annotazioni sugli obiettivi di FSF e del relativo network globale, insieme a interventi su analoghe esperienze nella vicina Argentina. Per chiudere con discussioni collaterali sui brevetti software, “un tema penosamente sconosciuto a troppa gente in Sud America”.
I vantaggi del software libero nella pubblica amministrazione. Ad approfondire l’argomento ci pensa uno speciale di Data Manager Online, La PA vola con l’Open Source. Dossier corposo, inizia ripercorrendo i passi istituzionali degli ultimi tre anni a favore di soluzioni informatiche libere per passare poi all’opinione di una serie di manager di aziende del calibro di Zuccetti, IBM, HP e Business Objects. Ma non si limita a questo. Affronta il discorso della riqualificazione del personale, della sicurezza. dell’obsolescenza e del supporto che questa virata può dare alla ripresa della produzione industriale e degli indici economici nazionali. Concludendo che «il rischio che un prodotto software open source divenga tecnologicamente superato non sembra essere maggiore di quello che si corre con altre tipologie di software».
Il Grand Giurì della Corte Europea di giustizia è pronto per l’attesa udienza della causa antitrust contro Microsoft, che avrà luogo nella Grande Salle della Corte Europea da oggi, 24 aprile, fino a venerdì, 28 aprile. Georg Greve, presidente della FSFE, Carlo Piana, legale della FSFE nella causa, e Andrew Tridgell del Samba Team saranno presenti all’evento, per difendere la Corte dai tentativi di Microsoft di eludere ancora le sanzioni ricevute.
Per ripercorrere la vicenda:
Carlo Piana sulle audizioni anti-trust
Microsoft contro la libera concorrenza
FSFE to Microsoft: stop complaining, and start complying
“Microsoft offre una mela avvelenata”
“Microsoft abuses the good will of Ms. Kroes”
“Microsoft seeking to bypass decisions of European Court”
Sulla questione del DRM, com’è noto recentemente Sun e altri hanno parlato di ‘DRM open source’ come possibile soluzione alle restrizioni imposte da tali tecnologie. Una posizione appoggiata perfino da Lawrence Lessig pur se con vari distinguo, e su torna ora un interessante articolo di The Register, in cui vengono intervistati (via email) lo stesso Lessig, Stallman, e Benjamin Mako Hill, attivista/programmatore di Debian.
Spiega Stallman: «Il punto centrale DRM è negare la libertà degli utenti e impedire loro di controllare il software usato per accedere a certi dati. Questo è esattamente l’opposto dei nostri obiettivi. I quali non si possono raggiungere usando un programma libero che implementi il DRM. Ciò non ne migliorebbe la libertà. Perciò dal punto di vista del movimento del software libero, un programma che produce la ‘TiVo-izzazione’ non è affatto positivo, perché non produce quella libertà che è alla base del software libero».
Cos’è la TiVo-izzazione, Richard?, chiede Andrew Orlowski, corrispondente da San Francisco della testata inglese.
«TiVo usa un sistema GNU/Linux ridotto all’osso, incluso il kernel rilasciato sotto licenza GPL e i cui sorgenti sono dunque liberamente disponibili. Ottima storia, eccetto che per un particolare», replica Stallman. «Se installiamo una versione modificata di tale software, non funziona. L’hardware è stato impostato in modo da accorgersi se c’è una versione modificata e non la fa girare». Rispetto alle quattro libertà fondamentali del software libero, «formalmente TiVo riconosce la libertà numero uno (l’utente ha la libertà di modificare il programma secondo i propri bisogni) ma praticamente non è così; diventa una mistificazione».
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Aggiungendo come l’esempio sia significativo, poiché è chiaro che non ci si può aspettare che il mercato rispetti simili libertà. «Se il TiVo fosse solo uno tra molti prodotti che usano quel software, ciò potrebbe essere poco importante. Potrebbe andar bene così, e nessuno userebbe più il TiVo. Ma in realtà, spesso non esistono alternative, e sappinao che le grandi aziende sono tutte d’accordo nel fare in modo che non ci siano alternative. Perciò non possiamo affidarci semplicemente alla competizione del mercato per risolvere il problema», aggiunge Stallman. La cui posizione, in sintesi, è che il DRM non sarà mai ‘libero’ e che dobbiamo opporci con forza onde affermare il “principio morale” del software libero e quello pratico della tutela della libertà numero uno.
Proprio a livello pragmatico, invece Lessig ritiene che «dovendo convivere con il DRM almeno per i prossimi cinque anni» forse è il caso di cercare soluzioni di compromesso, come quella proposta da Sun, appunto — ribadendo però di non aver affatto appoggiato tale proposta: «Non c’è disaccordo sull’obiettivo finale: nessun DRM». Argomentando meglio la propria posizione, Lessig aggiunge: «Possiamo vincere questa battaglia senza dover eradicare il DRM da ogni angolo del cyberspazio. Piuttosto, considero la guerra sul DRM in maniera analoga a quella sul software libero. Questo vince la guerra quando diventa la piattaforma primaria su cui viene sviluppato il software. In tal senso, il software libero ha già vinto varie battaglie in certi campi importanti, e sono sicuro che alla fine vincerà la guerra. Ma quando vincerà, non mi preoccupa il fatto che esistano delle macchine su cui gira Windows. Per chiudere il cerchio con l’analogia, una volta vinta la guerra contro il software proprietario, Windows avrà perso la propria virulenza».
Secondo Mako Hill, infine, pur essendo comprensibile, simile pragmatismo non è certo granché. «La risposta di Lessig è che dove il DRM esiste, laddove abbiamo già perso la battaglia, è meglio cercare di rimediare qualche briciola». In pratica, visto che device come l’iPod hanno e avranno il DRM integrato per default, conviene insistere perché rispettino almeno qualche forma di ‘fair use’ per l’utente, magari grazie a un programma open source. Incluso il diritto alla copia per alcuni, limitati utilizzi personali. Eppure, conclude Hill, «sono i produttori mediatici a decidere di implementare quel che vogliono sui device. Crediamo forse che Time Warner prevederà l’accesso ai propri media su macchine che ci consentano di copiare?»
Tutela delle imprese e dei cittadini alla base dell’azione dell’Associazione Software Libero, che si è rivolta al TAR del Lazio contro il ministero del lavoro a causa di un bando comparso il 21 marzo scorso sulla Gazzetta Ufficiale. Sotto accusa una gara comunitaria - si legge nel comunicato diffuso dall’associazione - «per la fornitura di licenze d’uso riferite ai prodotti software di marca Microsoft previa stipula del contratto di licensing Microsoft Enterprise Agreement». La successiva articolazione del bando imponeva poi il requisito di «large account reseller» per il colosso di Redmond riducendo così la competizione a sole undici aziende italiane. Ora, a dire se ci sono state scorrettezze - o anche solo leggerezze - nella formulazione del testo di gara, sarà il tribunale amministrativo regionale del Lazio. Ma le spese legali hanno richiesto un certo sforzo anche economico da parte degli associati che ora si rivolgono alla comunità per chiedere supporto. Puntualizzando che se i fondi raccolti superassero la cifra investita - circa tremila euro - la differenza verrà devoluta al progetto Debian.